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Parrocchia ucraina a Roma

hiesa cattedrale

dei Santi martiri Sergio e Bacco e dell'icona di Nostra Signora di Žyrovici

Жировицька Богородиця

La storia della Parrocchia ucraina a Roma

maket 2a   Ancora oggi, nell'Oriente cristiano esiste una pratica di lunga data in cui le Chiese locali possiedono le proprie rappresentanze presso le altre Chiese patriarcali con le quali sono in comunione, vale a dire in piena unione eucaristica. La necessità di avere un procuratore permanente (un rappresentante) presso la Sede Apostolica si presentò anche per la Chiesa di Kyiv, quando, dopo la firma dell'Unione di Brest nel 1596, fu ripristinata l'unità eucaristica della Metropolia di Kyiv con la Sede Apostolica Romana. Nel 1626, il metropolita di Kyiv, Halych e di tutta la Rus’ Josyf Veliamyn Rutsky (5 aprile 1614 - 5 febbraio 1637) inviò a Roma il suo primo procuratore, lo ieromonaco Mykola Novak. Dopo la morte di quest’ultimo, il procuratore nella Città Eterna divenne il vescovo Rafajil Korsak (1637-1640) il quale, su incarico del metropolita Rutsky e a nome di tutto il popolo ruteno (ucraino), chiese al papa di concedere agli ucraini una chiesa che potesse diventare la sede dei procuratori, e anche il luogo dove ospitare i pellegrini.

Dal 1632 al 1639, i metropoliti Josyf Veliamyn Rutsky e Rafajil Korsak si prodigarono per istituire a Roma la sede dei procuratori della Chiesa di Kyiv unita (greco-cattolica). La richiesta fu soddisfatta nel 1638, come testimonia una lettera del 12 luglio 1638 dell’allora metropolita di Kyiv e di tutta la Rus’ Rafajil Korsak al segretario della Congregazione di Propaganda Fide Francesco Ingoli (21 novembre 1578 - 24 aprile 1649) nella quale, tra l’altro, si dice: «Sono particolarmente felice che la Chiesa dei Santi Sergio e Bacco è destinata ai ruteni grazie all’impegno della Vostra dignità».
Il 25 giugno 1640 nel Palazzo Apostolico al Quirinale ebbe luogo l’incontro a cui parteciparono il Santo Padre Urbano VIII (6 agosto 1623 - 29 giugno 1644) e undici cardinali. Durante quell’incontro, fu annunciato il decreto secondo il quale la Chiesa dei Santi Martiri Sergio e Bacco di Roma, insieme agli edifici ad essa annessi, veniva concessa ai rumeni uniti.

Nella chiesa dei Santi Sergio e Bacco si pensava di stabilire la sede dei procuratori della Chiesa di Kyiv. Inoltre, come viene riportato nei documenti papali, si presumeva che «la chiesa parrocchiale dei Santi Sergio e Bacco sarà utilizzata dal Collegio della nazione rutena che vi deve essere istituita». Nonostante la decisione, però, gli studenti ucraini continuarono a risiedere al Collegio greco. Solo il 18 dicembre 1897, il papa Leone XIII (20 febbraio 1878 - 20 luglio 1903) vi aprì il Collegio ruteno (ora chiamato il Pontificio collegio ucraino di San Giosafat), che successivamente, nel 1932, fu trasferito in un edificio di nuova costruzione sito sul colle Gianicolo.

Quando le terre ucraine e bielorusse entrarono a far parte dell’Impero russo e di quello austriaco (alla fine del XVIII secolo), alla Chiesa unita di Kyiv fu proibito di avere i propri rappresentanti presso la Sede Apostolica. Nel 1829, dopo la morte del procuratore, ieromonaco Anatolii Wilczynskyj, il governo zarista russo cercò di appropriarsi della chiesa dei Santi Sergio e Bacco e degli edifici ad essa annessi, sostenendo che la proprietà "apparteneva all'ordine basiliano che si trovava sul territorio russo". Ma la Congregazione di Propaganda Fide dimostrò che l’edificio e la chiesa appartenevano alla Sede Apostolica nominando, in qualità di amministratori, sacerdoti italiani che le gestivano dal 1830 al 1897. Quando, nel 1847, da un monastero sito nella Provincia lituana bianca (il monastero fu fondato nel 1690 e cessò di esistere nel 1864) a Roma arrivarono i sacerdoti basiliani Mykhailo Dombrovsky († 1879) e Nikanor Krajevsky, fuggiti dalle carceri russe, nella chiesa non c’era neanche un completo di paramenti liturgici di rito orientale. Nel 1828 la chiesa ormai disponeva di 14 completi di paramenti, ma nel 1833 l'allora amministratore ordinò di trasformarli in paramenti liturgici latini, o di venderli. Più tardi, nel 1896–1902, il procuratore del metropolita di Leopoli, padre dott. Vasyl Levytsky, scrisse: «[arrivati alla nostra chiesa], tranne un grande Libro liturgico (Ieratikòn), un piccolo diaconicon e un libro Apostolo (Lezionario), letteralmente non avevamo nulla ... letteralmente, non trovai nulla, perché prima del rifacimento di questo edificio ci viveva un prete latino ... di conseguenza, del nostro rito non rimase neanche un libro, né altro. Successivamente, andai da chi potevo, a chiedere alcuni oggetti liturgici e dei libri ecclesiastici, e ricevetti delle generose donazioni».

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